Copertina di Fabio Vanni per smarginature.it

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Questa città una donna. A volte sembra ancora giovane e muove la sottana da  sciantosa del Caffè Margherita.
Altre volte sembra una vecchia signora, seduta su una sedia di paglia cercando dignità nella vestaglia di seta stropicciata e nelle unghie pittate di rosso.
Ha i capelli ossigenati e gli occhi neri neri, è colta e parla cento lingue.

Ti sfinisce.
Fa i figli come a lei. E’ gente con la smania, la raggia di fare e dimostrare.

Le note escono dalla finestra del conservatorio e camminano in via San Pietro a Majella, tu ti affianchi, le segui e ti ritrovi in piazza Miraglia dove ci stanno i pazzi, quelli in camice bianco, i dottori del Policlinico. Sono quelli che hanno studiato e Il camice lo portano pure per andare a prendersi il caffè così il barista li vede avvicinarsi e può gridare dottore bello, il solito?

Sniffi l’aria fatta di panzarotti, pizze, pizzelle, babbà e poesia e mentre ti rolli una canna in piazza del Gesù chiudi gli occhi e vedi passare Matilde Serao a braccetto con Scarfoglio, vedi Benedetto Croce che si piglia la casa dove ha abitato Giambattista Vico. Poi scendi verso i tribunali, tagli per vico Maiorani e vedi il femmeniello che battibecca con l’acquaiolo. A Napoli Il femmeniello si mescola alla tradizione religiosa, è rispettato da sempre e viene bonariamente scanzonato da quelli del quartiere a cui risponde a tono, così si fa per strada il puro teatro d’improvvisazione, perché a Napoli si fa teatro sempre, per appartenenza. Si conoscono perfettamente i tempi comici e tragici. E’ come se vedessi Rosalinda Sprint che scende giù per Toledo come racconta Patroni Griffi.

Nei pomeriggi lunghi e caldi torni a casa, ti appoggi sul divano col ventilatore verso i piedi e ascolti che ore so’ di Pino Daniele per  fare compagnia  all’afa di metropoli col porto, coi rumori del traffico, le voci del mercato e dei gabbiani.

immagine di Fabio Vanni per smarginature.it

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Il golfo è la cartolina sua, la faccia più bella che ha scelto per il suo profilo. Una pancia che abbraccia un mare incazzato e se non sta incazzato non è fermo, mai, perché sta pensando. Alle spalle le colline sembrano un telo che fa da sfondo al palcoscenico, vigili su Ischia, Capri e Procida, per essere sicure che non si spostino. Posillipo, Pausilypon  “che fa cessare il dolore”; i greci usavano la veduta da Posillipo per consolare le sofferenze.

Come le vere passioni questa femmina a volte esagera e ti stanca: nell’ignoranza che ha voce più grossa della timida intelligenza. Il furbo che ti deve scippare l’orologio quando vai a vedere i presepi passando per San Biagio dei Librai, il tassista che ti deve fottere per forza e lo deve fare sfacciato perchè tu si talment strunz che nemmeno te ne accorgi, le ragazzine che vivono di rimmel e frasi d’amore. Queste passano le giornate a pulire la casa in modo scientifico, energiche e precise come per devozione e ascoltando musica ad altissimo volume che si sente in tutto il vico. E poi si innamorano, sognano e finiscono dal lavare i piatti nelle case dei loro genitori a fare le serve dei loro mariti già a 18 anni, con la consolazione del vestito buono da sfoggiare ai matrimoni e il selfie da postare.

Ma se tu stai in silenzio, vedrai che li vedi.

immagine di Fabio Vanni per smarginature.it

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Vedi i ragazzi di periferia che camminano con gli occhi pieni zeppi di futuro e col rispetto nelle mani, vedi Eduardo De Filippo e le voci di dentro, la malinconia di Totò, il jazz di Renato Carosone. Vedi Roberto Saviano che con un batuffolo di cotone si è avvicinato alla donna in vestaglia di seta e smalto rosso e le ha struccato il viso, ha visto la verità, i solchi e le rughe, ma la ama perché le rughe sono solo il contorno di due occhi ancora veri e vivi. Vivi, come la solfatara.  Fumi di acido solforico che cacciano la rabbia  lenta, quella che serba rancore, che sfiata poco alla volta.

Vedi gli occhi di Toni Servillo, la timidezza di Massimo Troisi,  la voce di Teresa De Sio, la penna di Edoardo Bennato, vedi nu jeans e na maglietta di Nino D’angelo, la voce della lingua che sta nelle righe di Erri De Luca. Il Sud e l’oriente negli Almamegretta, le parole morbide dei 24 grana e la metropoli dei 99 Posse.

E le zie che ti raccontano della guerra vissuta da bambine e lo fanno nella loro lingua. Perché dove c’è ricordo c’è il dolore, ma anche l’amore famigliare, quello semplice dei cortili e non si può esprimere nella lingua alta e pulita. Deve essere vera e sporca come erano loro quando ammassati nei ricoveri si proteggevano dalle bombe.

E quando tu le ascolti e diventi vulnerabile, è allora che affondano con la lancia della lingua. Ti sorprendono  con una delle loro pungenti, sarcastiche, sottili uscite “ma tu quann t spus” , “e cert nun può fa figlj”..

Le perdoni. Non capiranno mai che una condizione si può anche scegliere. Se provi a parlarne, lo fai con la lingua insaponata e sceriata e sbagli. Perché staje facenn o ‘merican a casa mia!

Sei tu che devi aprirti a quel mondo.

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