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La mia amica mi manda un messaggio su whatsapp con la voce commossa e mi chiede un post sui cambiamenti. Si sta trasferendo e la sua tristezza ha bisogno di sorridere.
E’ difficile scrivere delle partenze, traslochi e pescarci malinconia. Per me è sempre stata l’opportunità del nuovo, di ricominciare e dunque per capire a fondo le mie amiche che soffrono i distacchi devo concentrarmi e comprendere. Provo quindi a fare un esercizio, ovvero quello che io ho nel mio quotidiano
Lasci una casa, oggetti, ritmi, strade. Lasci le abitudini. Lasci gli amici e i conoscenti. Cioè di fatto cosa lasci?

La tata che avevo scelto dopo settimane e che è diventata parte della famiglia; la signora accanto che bussa una volta alla settimana, che col pretesto di chiedermi come sta il mio basilico, che il suo appassisce sempre, la sua cucina ha il balcone a sud, chiede della bimba, le regala il pazziariello cinese che suona, mi chiede come sto.
Lascio il portinaio indiano del palazzo accanto che tutte le mattine quando passo, sorride e fa cenno con la mano per salutare. E’ un rito che se non c’è, manca come il caffè.
Lascio il caffè di Rocco alla mattina che a trovare quello che fa il caffè giusto a Milano è una fortuna e le sue brioche precotte che come le scongela lui nel fornetto non lo fa nessuno. E’ cordiale, sa già cosa vuoi e se entri al bar con gli occhialoni e Mac in borsa incazzata come Valeria Marini senza il suo vestito Seduzioni Diamonds, non c’è bisogno che gli dica cosa vuoi. Lui ti saluta, ti chiama per nome e chiede conferma del solito.
Lascio il tragitto oramai imparato a memoria per andare a lavoro. E’ lo stesso della ragazza che zoppica e fuma e ha lo sguardo basso, la donna arancione di lampade e vestita di bigiotteria brillante che manco la Carlucci a Ballando con le stelle, gli studenti che vanno al politecnico che hanno il passo sicuro di chi sa che conquisterà il mondo e le loro voci “ho scaricato questa app pazzesca”, “ho stolkerato Giovanni su Instagram”, “non capisco un Erasmus in giurisprudenza che senso abbia”.
L’antipatica del pian di sopra che non saluta mai e sono sicura nasconda cadaveri dei parenti del frigo, che però ogni tanto ricorda che esisto e saluta con un cenno e allora mi distendo e penso che forse non ha sterminato la famiglia, ma sono io che ho una fantasia galoppante e che potrebbe solo essere una donna che vive sola, nel suo attico col terrazzo e i gatti. Vivi. Senza cadaveri. Potrebbe essere Elena Ferrante.
Lascio il mercato del sabato, dove so già chi è il fruttarolo migliore o per meglio dire il più bono, e il ricordo di quella volta che col mio migliore amico a caccia di manzi ci siamo imbattuti nella sua prestanza. Ci ha rifilato 5 Kg di pomodori a 5 euro al chilo (‘na rapina), ma quei bicipiti che sollevavano la cassa meritavano pezzi da 50 infilati nell’elastico dei pantaloni.
Lasci le ragazzine di fronte. Quando mi sono trasferita avevano circa 8 anni, si vestivano per andare a scuola e al pomeriggio facevano i compiti davanti alla finestra. Ora ne hanno 16 e hanno ancora l’abitudine di vestirsi davanti alla finestra. Devo voltarmi per pudore, per rispetto dei loro corpi diventati di donna.
Saluto il balcone della signora di fronte. Droga le piante. Non è possibile, nessuna legge della botanica ammette un balcone fiorito tutto l’anno mentre a me i gerani si suicidano. Pe un giorno di vento l’ho vista mettere i bastoncini e legare ogni singolo stelo di piantina col nastro, che manco l’ortopedia e traumatologia del fatebenefratelli!
Lascio gli studenti del primo piano che fumano già dalla mattina e spesso quando lavoro a casa apro la porta e sniffo il pianerottolo, dio benedica i giovani e il Marocco.
La signora Muzzo era la regina del palazzo, ce l’ha ha detto il primo giorno. Ha 6 gatti in casa e ha tutto sotto controllo, si sveglia la mattina alle 5 per controllare se la plastica e la carta sono stati archiviati secondo procedura per evitare che il palazzo prenda la multa. Ha una storia triste, che giustifica la sua invadenza, i suoi colori, la sua voce sottile che ti fella l’orecchio. E’ una donna forte come nessuno.
Lascio il birrificio di Lambrate, i pancabestia che dormono sulle panchine qui sotto e i loro genitori che a volte vanno ad elemosinare un abbraccio e a convincere qualcuna a tornare a casa.
Lascio Il signor Stobene e la sua scenetta di tutte le mattine da 8 anni “buongiorno! Come va? Io Stobene, ahahah”.

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Ma fatto il doveroso addio ai monti, ho una naturale predilezione per le pagine bianche. Forse perchè faccio vagonate di figure di mxrda e allora penso “cambio e ricomincio”.

Amica pensa che non dovrai comprare vestiti nuovi: nessuno nella nuova città conosce il tuo armadio e potrai sfoggiare le stesse pezze degli anni precedenti come se fossero outfit nuovi di zecca.
Potrai leggermente ricamare sul tuo passato: vivevo ad Abano Terme dove facevo nuoto sincronizzato nelle piscine termali. Ho vinto la medaglia d’oro all’ultimo campionato, ma poi hanno scoperto che mi ero dopata col salame di Gubbio.
Puoi pianificarti un nuovo quotidiano: un giorno al mese vai agli uffizi e esci solo quando vomiti olio su tela.
Puoi arredare la casa nuova che quei pensili di ikea color faggio ti facevano vomitare truciolato tanto che ti erano andati a noia!
Puoi ridisegnare il tuo approccio al “pianeta mamma” cominciando col silenziare la chat di whatsapp delle mamme della nuova scuola.
Devi studiare il look del posto. Qui c’è un sacco di lavoro da fare. Sai che c’è la moda mondiale, quella di Vogue, Harper Bazar poi c’è quella delle città e dei paesi. Ci sono città i cui i mom jeans non solo non sono arrivati ma forse non attecchiranno mai, ma di contro il vestitino di lycra a fiorellini e la ciavatta a zeppa di sughero che manco negli anni 90, è un MUST. Devi studiare!
E poi amica, io e te ci siamo conosciute 10 anni fa a Milano. Col primo stipendio di 90 euro siamo andate alla Rinascente e ci siamo comprate un cappello. Ti sei trasferita in altre 2 città nel frattempo ma tu rimani la mia piccola “Charlotte” di sex and the city. Ci sono sempre e comunque e sei una cessa che mi ha fatto alzare alle 6 in vacanza per scrivere questo post. Con questo voglio dire che conoscerai altre persone. Ed è una ricchezza avere questa possibilità. E’ facile essere leoni nel proprio piccolo mondo. Conosco moltissimi leoni da gabbia, ma se li fai uscire non sanno neanche che il cexso è infondo a destra. Tu sei una leonessa perché sei tale in tutte le città che sei obbligata a cambiare. E scommetto che ti amano in tutti i posti dove sei stata.
Ti voglio bene ma se ti becco con le zeppe di sughero ci ripenso.

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