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una lettera che ho trovato sulla spiaggia di Livorno. Scritta a mano e frettolosa. Era sotto un sasso. Comincia con “ma tu dimmi quanto cielo ci vuole?”

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Amo stare con te.

Darti fastidio come una mosca per vedere quanto ti trattieni per non dirmi “ti togli dai coglioni?”

Amo ascoltarti parlare di letteratura. Un po’ meno di calcio, mi rompo immensamente le palle e allora mi piace googlare il red carpet del Met Gala, mentre ti sto addosso e tu guardi le partite.

Amo quando cucini, quando mi chiami amore.
Amo quando giri nudo per casa coi calzini. E’ così intimo.

Amo la tua risata cafona e se fai l’uomo tutto d’un pezzo, ma poi non vai dall’otorino. Hai paura ma non lo confessi, figurarsi! Io con aria distratta ti dico “oggi non ho nulla da fare magari vengo con te, che dici?”. E lo vedo il tuo sollievo, ma fingo di non accorgermene.

Amo quel momento in cui mi chiedi come fare uno screenshot con il cellulare, perché sei un nonno e non ci capisci niente. Io te lo spiego dandomi un certo tono da esperta di tecnologia, ma in realtà non so neanche accendere un MAC.

Mi fai ridere tutte le volte che indosso la felpa che mi fa sentire bella e tu mi guardi e dici “questa cosa che sembra un pigiama quanto l’hai pagata?”. Io astuta, eludo la domanda e non confesso di aver speso 200 euro per una roba che tu chiami “pigiama”!

Ho un passione per il momento in cui ti spogli prima dell’amore. Frettoloso e preciso, guardandomi ogni tanto.

Ti odio quando non prendi sul serio i miei gusti musicali e fai pure il gradasso e sintonizzi la TV su un canale musicale sentenziando “va, ti ho messo la tua bella musica di merda!”

Sono le quattro del mattino. Gli uccellini già cinguettano e le tue labbra sono lontane da me.
Voglio il tuo gemito muto nel mio orecchio e il tuo abbraccio di saluto prima di uscire da me goduto, quando i sussurri e i respiri affannati diventano di nuovo voci.

Ho preso questa strana abitudine di sdraiarmi a studiare il soffitto. Le crepe e gli angoli. Ho scoperto due ragnatele che a volte vibrano, sarà il vento. Non le tolgo, mi fanno compagnia.

Sai che i tuoi occhi hanno un velo grigio? Sono coperte fatte di quello che ti è successo.

Voglio che mi ansimi addosso. Quando vieni dentro di me e fuori da te.
E mi cerchi. Mi baci. Mi dici “ti amo”.
Vuoi che io sappia  che ci sono anche in quell’istante.

Mi hai abituata a mangiare dopo l’amore. Sai quando prendi tutto quello che hai in frigo e lo porti a letto?
Ecco quando sono sola faccio un quasi pranzo verso le undici, come una cagna abituata dal suo padrone.

Io so che la tua vita senza me sarebbe comunque perfetta, come una persona che vive senza conoscere il mare. E allora il sabato mattina vai all’ Esselunga. Alla sera decidi tra riso giallo e pizza d’asporto.

Ma quando il mare lo hai conosciuto, come fa a non mancarti?

E anche io ho bisogno delle tue parole, cosa credi.  Non basta sapere che ti manco.

Ho bisogno che tu lo dica, che ti escano fuori le parole perché non ti stanno più. Non c’è spazio dentro.

Ora sono qui e volo col libeccio di Livorno. Un vento forte che annuncia la catastrofe. Devi sapere che se mi tradisci, io forse ti ammazzo.
Mi ami, ma sei un gran puttaniere e un bugiardo professionista.

E devi anche sapere che se mi lasci, i tuoi pensieri non saranno più soli.
Pretenderanno la mia risata sconcia, i tacchi a spillo e il mio inchiostro. Sognerai le mie gambe a stritolarti il collo.

Ma tu dimmi, quanto cielo ci vuole per dirti che ti amo?

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E io vorrei tanto incontrarla.
Le direi che tanto, “…non finisce mica il cielo, questa è la verità”.
Lo diceva Mia Martini.

 

 

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