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Quando l’arte viene uccisa?
Forse quando ci danno omogenizzati di percorsi di mestiere, fatti di sicurezza impiegatizia.
Che poi ora non è neanche tanto vero, ma almeno hai l’illusione di arrivare a qualcosa che “tanto uno stipendio poi ci esce”.

O forse la uccide il cinismo.
Mi piace ricordare la crudezza di certe esternazioni a cui le mie orecchie si sono abituate fin da piccola. Quando ad ogni slancio sentivo sentenziare “va a stendere i panni, va”.

Ricordo perfettamente un pomeriggio in cui delicata come un pilastro di cemento in un prato, lei mi disse “scetati dal sonno, nenna”.

E allora l’arte viene beffeggiata, derisa.
– “Nientemeno che scrivi! Ma va a fatica va!”

O ignorata.

– “Sai che dipingo?”
+”Ah. Senti ma quindi la fai la femminuccia o ti fermi al maschietto?”

Io non ci capisco un cazzo, ma posso dire che gli artisti hanno un fegato tanto.

Perché superano montagne di dileggio. E se fanno poesia e viene chiamata pornazzo, se ne fottono.
E se l’attico a Brera non se lo possono comprare, se ne fottono.

In verità ci hanno solo fatto il callo e poi non hanno tempo. Oscillano tra slanci e insicurezza: hanno da fare.

E senza il prodotto non vai da nessuna parte. Non c’è guadagno. Non c’è interesse.
L’immagine da sola non basta. La parola da sola non basta. Vendi. Pentole, fanghi dimagranti, tè detox, o minchionate su fb che poi ti fanno i like. Ma svendi.

Devi avere Il prodotto.

E poi ora c’è il cattedratico bimbo-minkia che te lo dice lui come fare, che sa quali hashtag devi usare.Ci sono i cialtroni e poi c’è il buco in petto.
Ecco, l’arte è una cosa che ti fa il buco in petto.

______

A tutte le persone che amo, che non hanno il prodotto, ma sono pieni di entusiasmo sempre.
Per raccontare, condividere e essere.

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