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La chiamavano la ragazza magica, nessuno conosceva il motivo. Forse perché si conosceva poco della sua vita e camminava sempre sola. Dove c’e qualcosa di strano gli adulti vedono la pazzia, i bambini invece riconoscono la magia e allora la seguivano acquattati dietro i cesti dell’immondizia urbana per spiarla mentre lei si fermava a guardare il cielo.

Era bella. Lo sguardo a volte assente a volte bagnato si perdeva nell’aria come se scorgesse stracci di luce, poi con un piccolo movimento della testa scuotendola impercettibilmente a destra e a sinistra, metteva di nuovo a fuoco la realtà.
Abitava in viale Lombardia a Milano, a nord est della città, in una di quelle villette colorate che sembrano uscite da Notting Hill. La sua era rosa tenue con i balconi bianchi.

Usciva la mattina per fare una passeggiata che era sempre la stessa. Viale Lombardia su fino a piazza Durante, lì si fermava su una panchina a guardare la città mischiata, gli studenti in direzione del Politecnico, le razze confuse di via Padova e le gambe che correvano da Casoretto a prendere la metro in piazzale Loreto: calze, scarpe, pantaloni blu, tacchi, calze, gonne, pantaloni grigi in una cantilena di immagini e colori. Dopo qualche minuto tirava fuori dalla borsa un libro di poesie. Leggeva Pessoa.
Tutti si chiedevano se capisse davvero quello che leggeva. Qualcuno in questi anni si è avvicinato e ha visto dettagli che sono poi diventati leggenda. Nel libro teneva un foglio che usava come segnalibro su cui a penna era scritto:
Ero matta in mezzo ai matti. I matti erano matti nel profondo, alcuni molto intelligenti. Sono nate lì le mie più belle amicizie. I matti son simpatici, non così i dementi, che sono tutti fuori, nel mondo. I dementi li ho incontrati dopo, quando sono uscita.
Alda Merini
Rientrava poi a casa e al bar di Benny dicevano che nessuno sapeva se vivesse da sola. Di certo spesso si affacciava al balcone per prendere qualche foglia di basilico, la annusava, guardava nel vuoto un secondo e poi rientrava.
Benny aveva questo nome strano che serviva a camuffare il suo vero nome che gli pesava come un macigno e come diceva lui stesso “mi impedisce di respirare”. Benny era la storpiatura di Benito, che poi è venuto fuori lo slogan “al-bar-di-Benny” di cui era anche un po’ fiero. Il nonno si chiamava così, come anche gli antenati prima di lui spiegava ogni volta, per giustificare la scelta del padre che non fu affatto dettata da ammirazioni sospette, ma semplicemente dall’abitudine di continuare i nomi dei padri.
Benny amava quella ragazza. Era un quasi ragazzo, a 46 anni con l’aria di chi si gode il momento senza tirarsi addosso i suoi anni lontani da trentenne leggero. Non correva neanche per darsi un tono e arrivare di fretta ai 50. E allora stava lì, dietro al suo bancone a servire caffè che poi diventavano spritz alle 6 di sera.
Si rifiutava di fare le apericene “non sono né aperitivi né cene, è solo il pretesto per svuotare il frigo degli avanzi, decorarli alla maniera fashion blogger e spacciarli per cibo. Io vi faccio un piatto di formaggi, il pane è lì nel cesto appena tagliato, prosciutto e salame sul tagliere e fatevi una bevuta alla mia salute! Certo la mia salute trattatela col vino , ma se volete lo spritz che devo fare? Mi concedo come una squillo al vostro orrido gusto. Devo pur fare qualche soldo, è pur sempre il mio lavoro”.
Benny piaceva a molte donne, coi capelli sale e pepe, la barba incolta e qualche anello d’argento sparso sulle dita. Aveva una fede attaccata ad una catenina che portava al collo ma nessuno gli ha mai chiesto di chi fosse.

…continua, chissà cosa succede….
ecco il link alla parte 2 http://www.smarginature.it/la-ragazza-magica-23/

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