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Dionisio è domenicano. L’occhio sinistro guarda altrove ma di poco e gli dà un’aria sfuggente.
Forse per questo sorride cosi bene. Per dire “scusa l’occhio, ma mi piaci davvero anche se lui guarda altrove”.

Dionisio è domenicano e dice giogurt anziché yogurt e mi tiene sempre da parte quello alla pesca. Sa che d’estate mi piace quello alla pesca.

Lavora al bar di un centro direzionale. Ci sono i palazzi anni 80, quelli con la moquette negli uffici. Il bar è brutto.

Sono spesso agitata forse per i troppi caffè, mi tremano le mani e non controllo mai il numero di Ticket Restaurant che consegno alla cassa. Dionisio mi guarda, il suo occhio pazzo ride e io mi distendo.

Oggi alla radio del bar, come una carezza inaspettata arriva Lucio che mi canta “Cara”.
Dionisio mi guarda. “Alla fine arriva Lucio” mi dice.

Vorrei chiedergli da quanto tempo è qui in Italia e se come me, si sente soffocare nella provincia milanese tra outlet e autofficine. E vorrei chiedergli come mai conosce Lucio Dalla.

E invece:

“tu amor está muy bien/ el horror que está en mí/en el centro de la cabeza que viajó/por otra latitud de estas vidas/por todos los cielos del cielo/es una pérdida/una especie de lágrima viva/ empezando a crecer bajo las uñas (Ramón Fernández-Larrea)”

Mentre è di spalle a scaldarmi il panino alla piastra, io sussurro pezzi di poesia nella lingua della su abuela.

Ogni giorno ne porto una. Poi lui mi corregge l’accento. “Dionisio perdonami, infondo siamo cugini. Abbiamo l’equatore sotto i piedi e il caldo a farci pazzi. Napoli cercava riparo nel Golfo del Messico. E’ finita nel Mediterraneo solo perché non c’era più posto.

Vado via col mio panino che rispetta le norme HACCP ma sa di cartone, e Lucio ancora mi parla “..Quanti capelli che hai, non si riesce a contare-sposta la bottiglia e lasciami guardare-se di tanti capelli, ci si può fidare”.

Vorrei qualcuno a cui dire quanto mi manca Gianni. Ma mentre ci penso realizzo che in verità non mi manca più. Alla mancanza ci si fa l’abitudine fino a quando mancanza non è più. E’ solo un vuoto da riempire. E di cose da metterci dentro ce n’è.

Dentro il suo spazio ci ho messo la bimba che mi ha sorriso al parco, Giadina. Frangia bionda e occhi piccoli. Ci ho messo la sensazione di potere che ho avvertito Giovedì sera. Ho trovato l’entrata della tangenziale di notte, da sola. Senza navigatore. Cellulare scarico. A Gorgonzola l’unico negozio della strada vende calze a compressione graduata e a mezzanotte non c’è neanche il pazzo del paese a cui chiedere dov’è l’uscita per la libertà. E poi la scritta in verde “tangenziale est” che sembrava “Paradiso”.

Dentro il suo spazio ci metto Abdul che vende le cinture Gucci false sotto la stazione di Lambrate. Profuma di saponetta.

Dentro il suo spazio ci metto l’occhio magico di Dionisio.

Non diceva bugie Gianni. Truccava la verità. Intuivo cosa c’era sotto il fondotinta e la verità mi piaceva di più cosi, acqua e sapone. Non trovo una ragione ai suoi esercizi di fantasia.

Riempio il suo spazio.

Mi manca lo stesso.

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