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Peppino ovvero Giuseppe Patroni Griffi, un vero signore che sapeva scrivere delle persone e dei sentimenti, quelli sporchi perché reali. E’ una delle persone naturali e strafottenti per citare una sua commedia teatrale.
Poliedrico, scrittore, drammaturgo e regista nasce a Napoli il 27 febbraio del 1921 da un’aristocratica famiglia napoletana.
Dal ‘44 fa parte di un gruppo di giovani tutti legati dalla passione per la letteratura che poi si chiameranno i ragazzi di via Chiaia. Di questi fa parte anche Giorgio Napolitano.

Fate un giro tra le righe di Patroni Griffi perché vedrete la pelle delle parole. Vi fa toccare la vita che voi stessi nascondete. Lui racconterà le sue di storie ma a voi sembrerà che vi osserva mentre in pausa pranzo andate dalla vostra amante per poi tornare la sera dalla vostra mogliettina, il cane e i bimbi.

Perché? Perché sa parlare della verità. La prima volta che l’ho letto mi ha turbata, perché assisti alla vita di altri da dentro. Ti senti un guardone che spia la verità.

Se vi dico che è l’autore di Metti una sera a cena (soggetto, sceneggiature e Regia) è possibile che continuiate a leggere.
In Metti una sera a cena, stiamo parlando del ’69 (!) tutto ruota intorno ad un tavolo da pranzo della classe colta e borghese. Nel film tra ‘altro c’era una Florinda Bolkan mozzafiato.

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Michele, scrittore di successo, sua moglie Nina, la ricca Giovanna, amica di Nina, e l’attore Max. Nina e Max diventano amanti con la probabile complicità del marito di Nina, mentre Giovanna è innamorata di Michele. E’ un rito lento e annoiato in un’atmosfera ovattata ricca e amorale.
Il rito si ravviva quando c’è una nuova proposta erotica e il gioco ricomincia.
il regista teatrale Paolo Bosisio dice di lui “ha la crudeltà di un analista e la tenerezza di un innamorato (…) non di rado contestato, pubblicamente attaccato, censurato dalla magistratura per la violenza degli argomenti trattati e per la sublime impudicizia del loro trattamento, eppure accolto sempre, dal pubblico come dai teatranti, con grande interesse”A proposito della sua scrittura si parla di lingua contaminata ed è lui stesso a scrivere la sua intenzione: “Si sa che gli italiani parlano i dialetti, (…) parlano tutto tranne l’italiano. Non c’era che un’unica soluzione: affrontare la sciatteria del linguaggio reale dei miei personaggi, senza vergognarsene”

Ne La morte della bellezza siamo nel ’43 a Napoli sotto le bombe della seconda guerra mondiale. Lilandt insegnante italo-tedesco e il bellissimo adolescente Eugenio si innamorano. Eugenio è combattuto tra la sua educazione rigida e la sua pulsione omosessuale, ma non riesce a controllarla.

chi ha raggiunto insieme a un altro la soglia limite della vita, una volta tornato indietro, potrà dimenticare il suo compagno?

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Tu m’hai defraudato del corpo della donna, con la tua bellezza superiore, la tua lascivia sublime, la tua irresistibile esperienza, alle quali io non ho, capisci che non ho, la forza di oppormi.

Io non so se definirla una storia d’amore omosessuale, perché io mi sono sentita Eugenio. E’ una storia omosessuale nel momento in cui affronta le incertezze di Eugenio nell’accettare questi desideri come normali. Ha quindi un dolore appresso che ha bisogno della definizione. Nella storia in verità non lo è. E’ amore e basta, sinceramente.

Lo avrebbe squartato per nascondercisi intero, vivo, dentro.
– un valzer di chopin (…) mi domando cosa c’è entro? – la goccia di sperma di tutta la musica dell’ottocento in poi!

Giuseppe Patroni Griffi ci lascia il 15 Dicembre 2005. Grazie Peppino perché mi hai squartato e sei rimasto in un angolino dentro me.

I nostri corpo si stanno saldando a fuoco, quando dovremo separarci, brandelli di carne resteranno attaccati all’uno e all’altro.

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