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Gentile dottoressa Tarquini,
credo di aver bisogno di aiuto per capire come leggermi. Non ci riesco più da sola.
Come se avessi bisogno di occhiali o di cambiare le lenti. C’è qualcosa che non mi funziona più, sono andata troppo a largo e non so tornare.

E come mi rode stare qui a chiederle un appuntamento.
Chiedere aiuto quando dovrei avere tutti gli strumenti per gestire la mia vita. Sembra però che negli ultimi anni il mondo non abbia fatto altro che dare strumenti e ora è un gran casino. Perché con una cassetta degli attrezzi piccola riuscivo a trovare il martello quando dovevo inchiodare e il giravite se dovevo fissare.
Ora ci trovo troppe cose, troppo straordinario e poco ordinario.
E non ci sto capendo più un cazzo.

Ora, che lei si chiami analista mi infastidisce, perché sembra mi debba analizzare. Psicologa è pure peggio che la psiche è la mia e se ho bisogno di un’altra vuol dire che non mi funziona un gran bene. Ah poi, terapeuta! Come se avessi una malattia.
E allora io la chiamo ‘amica a pagamento’.
Parlo con i miei amici e mi accorgo che poveretti a volte non vogliono ascoltare. Hanno anche loro un gran da fare con la cassetta degli attrezzi. E allora pago, così quell’ora lì so che non ho rubato tempo a nessuno.

Spero abbia una stanza grande. Di quelle col soffitto alto come nelle case anni 30 qui a Milano. Perché i pensieri sono assai e quando escono devono prendere aria. Qualche pensiero poi, prima di afflosciarsi deve volare un po’. Magari farà come i palloncini: rimane al soffitto finché non torna giù moscio.

Gentile dottoressa direi che venerdì alle 17 sarebbe perfetto. Il giorno ideale per sputare sui fogli.

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