Foto di Libreria Hoepli, Milano

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Realizzo che manca un’ ora e mi prende l’ansia, quella che arriva quando non hai voluto pensare all’appuntamento fino alla fine. Allora ti prende il senso di colpa perché devi approssimare, arronzare sulle scelte: come vestirti, cosa dire, perché sei troppo impegnato a gestire i sentimenti che non hai messo ad asciugare in tempo.

Fuori era un giorno lucente, uno di maggio finito nel mazzo di dicembre *
Mi sono preparata come quando vai di domenica dallo zio, mi sono vestita bene, quando il “vestita bene” è quello che direbbe tua madre o tuo suocero perché è esattamente come ti vestiresti per compiacere loro, abitino nero sobrio e scarpe col tacco indossati col rituale che segui quando lo stai facendo per qualcuno e non solo per te, con cura.
Matilde col vestitino rosa, il suo preferito, in metro era felice e continuava a ripetere “domani vado a scuola dei grandi, ora andiamo a comprare le magliette per la scuola ma prima andiamo da Erri De Luca”.
Mi piaceva quel “vestite bene” come una forma di rispetto verso una persona di cui hai soggezione e mi piaceva essere con mia figlia; certo potrei usare questa esperienza come sottile lama da affondare quando al parco ascolterò di Gianmaria Gerardo che parla 4 lingue a 5 anni o Anna Sofia campionessa di ginnastica dall’asilo e Maria Crisalide che recita nei film impegnati ancora prima di camminare. Potrei sfoggiare le doti di mia figlia che a 2 anni vanta la conoscenza di Erri De Luca e potrei farlo mentre con le dita giocherello con la collana di perle adagiata sul collo a V del golfino di cachemire glicine.

Ma non ho né il glicine addosso né tantomeno le perle, per cui è chiaro che aver portato mia figlia ha significato altro. Ho sentito che avere una figlia può significare non solo accompagnare ma essere accompagnata.

Se Anna tornava mi trovava pronto, se no era scaduta la felicità *

L’occasione è stata il firmacopie de La natura esposta (edizione Feltrinelli) in una libreria in centro a Milano.
Appena l’ho visto i miei sentimenti sono rimasti in vestaglia.
Erri io volevo ringraziarla per tutte le volte che mi ha salvata, per le parole che mi ha detto quando ero confusa e avevo paura. Le sue parole mi hanno accarezzato, scosso, schiaffeggiato, baciato.

La mia paura era timida, per uscire allo scoperto aveva bisogno di stare da sola (…). La mia paura si vergognava di uscire. Si sarebbe vendicata dopo, la sera al buio nel letto, col fruscio dei fantasmi nel vuoto *

Era quello che avrei detto se quel treno di terza classe di consonanti e vocali non fosse rimasto incastrato in gola. Parole ovvie, povere, parole di carta velina in confronto alle sue fatte di bronzo, di marmo, di cemento, solide, utili, che servono a impalcare, a sostenere.

Lui dice che la felicità è un istante. E la mia felicità è stata quell’attimo in cui mi ha guardato negli occhi, il signore che racconta le storie. Mi ha guardato e non ho avuto più la voce.
Quando incontri gli occhi delle parole che hai letto.

Stupido a guardare se lei stava guardando. Bisognava crederci senza controllare, come si fa con gli angeli custodi *
Lui è bello, coi lineamenti eleganti. E’ quasi trasparente come se il suo corpo col passare degli anni si stesse trasformando in sole parole. Ha gli occhi che cercano e trovano. Mi hanno trovata ed ero a disagio. La sua voce è bassa e sorride spesso, con le sopracciglia che si inarcano dubbiose come chi pur non essendo completamente a disagio, non crede ci possano essere persone in coda per una sua firma.
Ai lati degli occhi si aprivano le rughe e da lì scolava la malinconia *
Dal suo corpo usciva una forza che spostava l’aria *
Mi ha insegnato l’onestà della citazione. Quando per un post cito parti di un libro, non le cerco su internet, ma mi accompagna un rito prezioso. Prendo la sedia, mi avvicino alla libreria, scorro sulle copertine, apro e cerco me tra le pagine, che con la penna sottolineo quello che devo mettermi in tasca.

Anna, tra le tue mani conosco il mio uso, servo a quello *

* Da il giorno prima della felicità – Feltrinelli

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