Copertina di Adelaide Desirèe Fontana

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Ho capito che il nostro era un amore sospeso quando abbiamo camminato la prima volta insieme.
Guardavamo gli uomini allo stesso modo. Come criceti dorati a caccia di prede e svaporando i capelli come Milva.
Eravamo a Boccadasse, era primavera e tu odi la primavera, ora lo so.

Questo amore sarebbe rimasto sospeso per sempre perché tu sognavi di essere Tadzio per Gustav ne “la morte a Venezia”.
Ed io volevo essere stropicciata da un tizio che mi pare si chiamasse Elio o Elia e che era in quel periodo la mia unica ragione di vita. Ma come si chiamava?

Te lo ricordi quel pomeriggio?
Avevi una camicia di lino bianco e cercavo di non fissarne i lembi per scorgere pezzi di pelle. Ma il tuo petto si muoveva in quel piccolo paradiso, un triangolo tra i bottoni e le asole e ne ho sinceramente goduto come quando sei di fronte al David di Michelangelo.
Poi ho avuto cura dei tuoi occhi tristi e castani.
Rivelavano più degli intrecci di lino bianco.

Eravamo seduti al tavolino di un bar che era talmente sullo sfondo che non ne ricordo nulla. Nome, colori, cameriere. Dovrei inventare cose e dettagli.
Ti ricordi, ho esordito con “Eccomi, sono Las Vegas”.
Tu mi hai riposto “ed io sono un uomo senza cuore nel peggiore dei casi e un uomo incapace nel migliore”. Accennasti un sorriso.

Poi così, le parole si sono rincorse per coprire i silenzi di vuoto, che in verità erano troppo pieni.

Ed esattamente come quel giorno ti direi “Luca il mio cuore batte così forte che è praticamente fermo. Spanteca e poi lascia. E trattiene sempre un brandello. E’un cuore pratico, si piglia quello che gli serve. Ma tu devi essere dietro al foglio bianco che scrivo ogni sera”.

Lo so Luchino, Las Vegas stanca. Quanto rumore! E’ che sono cresciuta col Vesuvio in faccia, ma con le voglie compresse sotto chili di avemaria. Ogni volta ho amato come l’unica alternativa possibile alla morte. Che in amore tutto è concesso tranne il giudizio.

E tu, Luca mio, egocentrico sole.
Con le tue regole che rispetti con precisione.
Tu lasci andare gli amori che non hanno più succo da spremere. Ed io vorrei essere come te.
E invece, gli amori passati li tengo nella borsetta del necessaire.

Quel pomeriggio ci siamo detti le cose che non si dicono, come quando abbandoni una lettera di carta nel mare.

Sai una volta l’ho fatto? Liberare una lettera nel mare. Era l’addio ad un uomo che mi amava. Il foglio è rimasto bagnato ma integro. Strano vedere le parole sotto l’acqua trasparente. Le parole non vanno a fondo, galleggiano.

Sei ancora qui dietro a questo foglio bianco, ci pensi? E i questi anni ci siamo visti invecchiare con la solennità dell’autunno.

Quel giorno nel bar che non ricordo, ma col mare nelle mani che mai dimenticherò ti dissi: “sarai il mio Walter Chiari e balleremo un lento insieme in una stanza, con tante sedie vuote tutte intorno alle pareti. La luce spenta e Caterina canta <cento giorni..cento oreee…o forse cento minuti mi daraiii>. Vuoi?”

La tua promessa: “Lo voglio, amica mia. Mia sposa”

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