Copertina di Fabio Vanni per smarginature.it

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La bici cigolava e quando succedeva mi guardavo intorno perché in paese è difficile passare inosservati. C’è sempre qualcuno che ti urla appresso “bella ci devi mettere l’olio”, “e comprati un’altra bici, pezzente”. Per fortuna in giro per le campagne non c’era nessuno ma solo la ruggine del ferro spinato che circondava i campi: alberi di cachi, broccoli, e il niente, che aveva imparato essere patate. In paese anche il paesaggio non si fa i fatti suoi e sicuramente andrà in giro a dare la sua versione di quello che ha visto. Troppo giovane per quei pantaloncini, oramai grande dovrebbe farsi le sopracciglia.
Una macchina passa e chiede indicazioni “scusi signorina per Marigliano dove si va?” Mi volto per spiegare che era infondo a destra e dopo pochi chilometri sarebbe arrivato. Era un signore sulla cinquantina e si stava toccando, guardandomi. Sono scappata via nella direzione opposta con la tachicardia e quella paura che ti fa piangere perché è una cosa che non si può dire e piangi perché ti fa schifo ma te la devi sbrigare da sola. Correndo mi sembrava di liberarmi di quell’immagine, non avevo mai visto un pene e soprattutto non avevo mai vissuto un’esperienza da non dire.
Lo capisci da sola quali sono le cose da non dire perché sono le leggi non scritte che ti insegnano con i comportamenti. Cambiare canale se c’è una scena d’amore, commentare in malo modo due ragazzi che si baciano per strada, dare una spiegazione sommaria e incomprensibile sul significato di una pubblicità in cui una coppia corre sulla spiaggia, le prime reclam dei preservativi.

Gli alberi stecchiti di Milano non mi guardano invece, sono abituati alla gente e non se ne curano. Si godono le loro dosi giornaliere di pulviscolo e cocaina e così stanno bene, con questo bell’impasto di omogeneizzati.
Basta che io mi muova seguendo l’onda di persone che produce, spende, fa-cose-vede-gente, fotografie al PAC, passeggiata ai giardini di Via Palestro, abbonamento in palestra, piastrelle bianche per il bagno, parquet, arredamento in modernariato, henné alle sopracciglia, bici, e sono a tutti gli effetti nella categoria dei giusti.
Sono architetto che negli ultimi 5 anni significa disoccupato, squattrinato, quando gli dice bene insegnante, e quando se la vuole raccontare, artista. Io un po’ me la racconto e un po’ mi dice male. Sono a Milano da 10 anni e quando sono arrivata io e la padella di archi-nessuno appena laureati e in odore di glitter da EXPO sapevamo che saremmo diventati archistar. Lo sapevamo come se fosse una storia antica di cui conosci il finale. E’ sempre cosi da giovani. Il finale non è semplicemente a lieto fine, ma è straordinario.
Ora di giorno sono architetto a partita IVA e di notte faccio spogliarelli davanti alla webCAM. I moderni sanno che il nome giusto è CAMgirl, alcuni direbbero che faccio la cyber-zoccola. Io me ne fotto.
Mi piace, mi diverte e fotto il sistema con le sue stesse regole. Mantengo l’anonimato con un maschera e posizionando la webcam verso un muro bianco senza dettagli.
L’altro giorno mi è capitato il mio capo dello studio “Architetti Madunina & Co”. Gli ho spillato uno stipendio di un mese in sole due ore. Mi paga una miseria e ho approfittato lo so, sono pessima. Che se la Madonnina sapesse, eh architè!
Della vita degli altri vedo tutte le stanze, quelle messe in ordine e pure il ripostiglio e vedo le cose che si nascondono alla vista degli ospiti. Mi piace questa forza della città, energia compressa alla luce che al buio esplode.

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