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Alexander Gonzalez Delgado è un professionista della fotografia.

Si accorge che mangi le unghie quando ancora hai le mani in tasca.

Le sue foto sono crude,  mai costruite per la bella presentazione, ma per interpretare le perversioni più intime, per dire la verità.
Per mostrare segreti che Alex non racconta. Gli fa prendere aria.

Il merito va alla sua capacità di aprirsi alle fragilità e fermarle con uno scatto.
Da ferme, le vediamo per quello che sono, bellezza pura. Corde di canapa che incidono la pelle, la luce che decide se svelare o mentire.

  • Ho letto in una tua precedente intervista che non ti piace essere etichettato come fotografo di nudo. Guardando le tue foto però, la mia definizione della tua fotografia sarebbe molto legata alla nudità e all’aspetto della sensualità. Per questo ti chiedo, come definiresti tu il tuo mondo, la tua fotografia?

Sono d’accordo col termine sensualità, ma non legata alla nudità del corpo. Cerco di mettere tutto a nudo, un albero, un paesaggio, una persona che non necessariamente deve essere senza vestiti. Se ti faccio un ritratto cerco di vedere la verità nel tuo sguardo, nel tuo gesto e in questo senso metterti a nudo. Mi piace molto l’approccio sensuale, il lato morbido delle persone. E’ vero che faccio molto nudo ma è perché amo mostrare le persone senza maschere, mi piace che si spoglino con la testa e mi dicano la verità. Tanti set già sono programmati, altri sono improvvisati e questi ultimi sono quelli che preferisco. Con molte persone mi illumino, vedo dove possono spingersi. Cerco la gestualità che ti appartiene, ti identifica. Sono il marchio di fabbrica di una persona.

  • quindi i tuoi soggetti preferiti sono le persone?
    Si. Non mi interessa il colore, la classe sociale, alte/basse, belle/brutte, donne o uomini. Con gli uomini però faccio un po’ fatica a trovare persone disposte. Forse perché sono io uomo e magari con una fotografa donna riescono a trovare una sintonia diversa.
  • il tuo successo più grande nel lavoro?

Oggi la fotografia è arrivata ad un momento di popolarità immenso, ma sono poche le persone che la seguono davvero. Intendo dire che i frequentatori di mostre soprattutto di esordienti o di social specializzati,  sono per lo più addetti ai lavori, fotografi o modelli o tecnici. Quindi quando faccio una mostra o pubblico una foto e l’apprezzamento arriva da un’ autista di pullman cioè da una persona  a cui non interessa l’arte, questo mi piace molto. Ovvio che amo quando gli apprezzamenti vengono da qualcuno del settore. Pero quando vedo che una persona comune è colpita da una mia immagine, io mi sento realizzato.

  • Come ti definiresti? un fotografo cubano, di 44 anni….e… ?

Non so definirmi, ormai guardo le persone con 3 occhi, i miei due occhi e quello della macchina.  In quel terzo occhio devi fare in modo che ci sia il riassunto di tutto. Tutto quello che c’è lì dentro conta. Mi piace l’immagine che parla da sè. Dei molti fotografi che seguo, famosi e non, mi piace quella foto  che anche se tecnicamente imperfetta, mi commuove. Ecco io sono sempre alla ricerca di questo, riuscire a parlarti al di là della perfezione tecnica.

  • quali sono i tuoi desideri ora?

riuscire a fotografare tutti i giorni della mia vita. Mi piacerebbe girare il mondo con un furgone pieno di polaroid, incontrare gente e di ciascuna persona che incontro, scattare un’istantanea un ritratto e lasciargliela come ricordo di quel vissuto . Effimero si, ma poi in realtà la foto rimane per l’eternità.

  • Ti ispiri al lavoro di un fotografo in particolare?

Fotograficamente mi piacciono tanti, ma ultimamente cerco ispirazione da altro, pittura, la letteratura, teatro. Spesso per trovare situazioni che mi ispirino, rileggo qualche autore. A Cuba ho fatto per due anni lingua e letteratura spagnola e poi alla fine ho mollato per la scuola di teatro. La prima volta che sono stato in Europa era il 97 in Germania in tourneè. Poi dal teatro sono passato alla macchina fotografica.

  • Progetti?

E’ un periodo che non faccio progetti, mi lascio trasportare da quello che succede. Negli anni precedenti mi è capitato di avere progetti che avevo caricato di aspettative e da cui sono rimasto deluso.  Per cui preferisco un approccio più naturale. La fotografia mi riempie emotivamente e intellettualmente, soprattutto quando va oltre le mie aspettative, quando si crea la chimica.

E pochi giorni dopo l’intervista, la notizia della pubblicazione su RGSP magazine
del progetto “Milk by Alexander Gonzalez Delgado

 

Questo incontro si conclude con qualche scatto in cui io cerco di non pensare che c’è qualcuno che mi sta riassumendo in un obiettivo. Un cavalcavia, una fabbrica abbandonata, la ruggine e sentirsi una gramigna tra i cespugli di periferia.

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