Adelaide Desirèe Fontana

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Adelaide Desirèe Fontana è una scultrice dal sorriso che contamina e l’aspetto stravagante, fuori dall’ordinario.

I suoi studi accademici l’hanno portata a Carrara e poi ad Atene e in sud Africa. Originaria di Bergamo, ha vissuto a Lecco per poi cominciare a viaggiare con la voglia di creare nelle mani.

I suoi quadri sono potenti, catturano le tue percezioni e con la forza dei colori e dei volumi, diventano come sculture.
Dimentichiamo la tela, le sue opere sono su forex, un materiale plastico usato per la cartellonistica stradale. Le chiedo quindi come è arrivata a quel supporto “dopo anni di bel disegno con l’accademia, mi sono fermata. Avevo bisogno di capire. Un giorno trovo un pezzo di cartellone stradale e comincio a giocarci con quello che avevo in cantina” mi risponde.

Ed è qui che capisco che Adelaide scolpisce i quadri, quando le chiedo dei colori che usa.
Lei mi traduce i colori in materiali.

“Il nero è catrame, il rosso è l’olio e uso il bitume per i mezzi toni. Alla fine copro col flatting, la vernice per il legno”. Apre i contenitori e mi invita a guardare, mi mostra la poesia della materia. Una materia che è come le donne che dipinge: sanguigna, terrena, profonda.

“Anche se uso delle modelle, i miei quadri restano comunque un autoritratto. Rappresento il mio demone junghiano. E’ autoanalisi, la rappresentazione del mio inconscio”.

La profondità sembra l’essenza delle opere di Adelaide Desirèe Fontana, il nero e la sua pienezza concedono spazio al solo chiaro necessario perché “il bianco è vuoto, è assenza, per me non deve esistere”.

Gli studi rimangono nella precisione e nella verità del disegno, nelle bozze, nelle prove e vengono reinterpretati con l’utilizzo di materiali diversi.

Adelaide ha gli occhi neri come il catrame dei suoi quadri, ma ha una personalità luminosa, naturale, senza impalcature. Segue spesso la sua indole nomade, ma per ora si è fermata a Milano.

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E a due giorni dall’intervista la notizia: Adelaide vince un contest di Alexander Schwarz Art con “Salvation”. Felice di vedere la bellezza riconosciuta.
Tutti dovrebbero avere a casa un Fontana.


Adelaide Desirèe Fontana – Recensione Stefania Brigatti.

Laureata con lode presso l’ “Università degli Studi” di Milano, ha condotto ricerche nell’ambito della Storia locale e dell’Etnografia sociale. Ha all’attivo le seguenti pubblicazioni: “Economia e società a Brivio tra ‘800 e ‘900” (2002), “Insieme è meglio. Dal Dopolavoro al Cral: storia della ricreazione popolare a Brivio” (2007). Nel 2011 ha collaborato alla redazione del volume “Brivio, ponte dell’Adda”, a cura di A. Borghi. Appassionata d’arte, attualmente svolge la professione di insegnante di Lettere presso una Scuola Secondaria di Secondo grado della provincia di Lecco.

Rosso, nero, bruno sono i colori che pervadono l’arte di Adelaide Desirèe Fontana, la quale usa materiali inconsueti quali bitume, olio, grafite e flatting su forex.
Giochi di ombre e luci, sostanze e composti che rimandano alla contemporaneità per rappresentare soggetti ispirati alla tradizione epica greca e all’iconografia cristiana.
Ricca di suggestioni, l’arte di Fontana interroga l’osservatore, mettendolo di fronte alla vera natura dell’Uomo. Uomo che è maschio e femmina soprattutto, soggetto privilegiato nelle rappresentazioni dell’artista.
Incarnazione di una divinità femminile, dea madre e matrigna, la donna evocata rimanda alle prime rappresentazioni della Storia dell’arte: simbolo di maternità e di fecondità, è dispensatrice di vita e di morte. Il suo sguardo allusivo denota il raggiunto possesso del proprio corpo e del proprio destino: ora è madre per scelta, non per obbligo sociale.
Consapevole di condividere con Dio la capacità di creare la vita, la donna di Fontana custodisce tale mistero nel segreto del proprio corpo. Lo spettatore intuisce la sua condizione di “piena di grazia” attraverso i cerchi di luce, aureole laiche che si irradiano da corpi in movimento, resi attraverso pennellate carnali, sensuali, ma del tutto prive di ovvi riferimenti sessuali. Non a caso, la presenza maschile è costituita da figure prive di identità di genere perché solo sfiorate dalla potenza primigenia del divino.
La corporeità, la tridimensionalità delle figure di Fontana, rimandano con limpida evidenza alla plasticità delle sculture, prima modalità espressiva dell’artista, diplomatasi all’Accademia di Belle arti di Carrara e specializzatasi al Politecnico di Atene. E la scultura va fruita anzitutto con il tatto: le forme devono essere toccate, accarezzate, percorse nelle loro curve, forme piene e vuote che creano una contiguità con il corpo dello spettatore, al quale gridano: “Abbiamo sostanza, siamo tangibili, esistiamo ! ”.
Sentire con le mani diventa quindi l’imperativo dell’arte di Fontana, in cui le superfici, dense di asperità e sporgenze, acquisiscono una potenza espressiva nuova. L’artista procede nel solco tra tradizione e rivoluzione, le quali si mescolano per dar vita a rappresentazioni originali, espressione della potenza e della fragilità dell’uomo, retaggio della Storia.
Si tratta di un linguaggio fortemente espressivo, reso immediato dagli strappi luminosi, dagli improvvisi bagliori che mettono in scena personaggi diversi, che celano dietro alla loro limpida apparenza, ombre oscure e presenze demoniache. Ogni pretesa di normalità è oltremodo assurda per l’uomo del Terzo millennio, constatazione che è fonte di scandalo, di stravolgimento, di vera e propria resa dei conti dalla quale il sentire comune rifugge, ma che l’artista ossessivamente ricerca e scandaglia nel profondo.
Dotata di una non comune sensibilità, Adelaide Fontana è affascinata dall’essere umano: l’esperienza artistica le permette di dialogare con la parte oscura che si cela in ognuno di noi, proiettando sulla tela i suoi demoni personali e contribuendo così a dare corpo e sostanza all’inconscio collettivo.
Convinta che soltanto attraverso l’interazione e l’integrazione degli opposti ci possa essere salvezza per il genere umano, l’arte di Adelaide Desirèe Fontana ci invita a condividere il suo percorso di conoscenza attraverso l’abisso, eternamente in balia dei nostri mostri, ma altrettanto inevitabilmente proiettati verso la dimensione divina.

Stefania Brigatti

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